Insulti a Beppino Englaro: trenta indagati

Beppino Englaro

Beppino Englaro

A sette mesi dalla fine di Eluana Englaro, la giovane lasciata morire dopo avere trascorso diciassette anni in stato vegetativo, la magistratura parte all’attacco di chi, nel vasto mondo di Internet, indicò nel padre e nei medici della ragazza i responsabili di quella tragica conclusione.

Un procedimento per diffamazione aggravata è scattato a carico di decine di blog e di siti web che – nella furibonda polemica che accompagnò gli ultimi giorni di Eluana – avrebbero travalicato il limite del diritto di critica, sconfinando nell’insulto contro Beppino Englaro, padre della ragazza, e il medico Amato Da Monte, etichettati più volte come «assassini» di Eluana.

L’indagine è condotta dal pm Paolo Del Grosso, della Procura di Lecco: è la città dove vive Beppino Englaro e dove nella primavera scorsa l’uomo ha depositato una denuncia in cui raccoglieva le pagine web dove più aspro era stato l’attacco nei suoi confronti.

Per tutta l’estate la Procura ha lavorato sotto traccia, cercando di accoppiare ogni sito web al nome e cognome di un responsabile fisico. Ora, con l’arrivo dei primi avvisi di garanzia, l’esistenza dell’inchiesta viene alla luce, proprio in un momento in cui intorno al tema della libertà d’espressione e dei reati d’opinione la temperatura del dibattito è elevata. Può essere un pubblico ministero a decidere fin dove si può spingere l’asprezza della polemica, davanti a un tema terribile come il fine della vita?

Massimiliano Campeis, l’avvocato di Udine che ha seguito papà Englaro nella fase decisiva della sua battaglia per staccare la spina alla figlia, non si nasconde che il tema è delicato: «C’è però un limite invalicabile – spiega al Giornale – un limite molto chiaro oltre il quale la polemica assume rilevanza penale. Noi abbiamo selezionato, tra le centinaia e centinaia di interventi critici verso il comportamento di Beppino Englaro, quelli in cui si dà esplicitamente dell’assassino a lui e allo staff medico. Non c’è alcun dubbio che un simile insulto non sia ammissibile, che trascenda il diritto di critica e di polemica».
Nella denuncia firmata da Englaro compaiono le stampate delle pagine web di una quarantina di siti. «Alcuni autori erano direttamente identificabili – spiega Campeis – e quindi li abbiamo denunciati con nome e cognome. Altri erano semplici nickname, o comunque non erano attribuibili con certezza a persone fisiche, e in questi casi abbiamo sporto denuncia contro ignoti chiedendo che sia la magistratura a individuarli e a procedere nei loro confronti».
Si tratta, in prevalenza, di siti di orientamento cattolico.

A rendere noto di avere ricevuto l’avviso di garanzia è, per esempio, Gianvito Armenise, animatore del sito ultra-conservatore «Azione e Tradizione», che il 9 febbraio titolava la sua home page «Hanno ammazzato Eluana Englaro»: il nome di papà Beppino non veniva fatto esplicitamente, ma la Procura ha ritenuto che il riferimento fosse ugualmente chiaro. Davanti all’avviso di garanzia, peraltro, i portavoce del sito non mollano e anzi rincarano la dose: «Da cattolici – scrivono ieri – cosa avremmo potuto fare? Tacere? Inammissibile. Sarebbe stato come essere complici dell’omicidio». Parole altrettanto dure erano venute, come si ricorderà, anche da esponenti delle gerarchia cattolica ufficiale: «Una mostruosità disumana e un assassinio», aveva definito l’interruzione delle cure il cardinale Javier Barragan. È stato incriminato anche lui?

L’inchiesta della Procura di Lecco è, verosimilmente, solo l’inizio dell’offensiva giudiziaria contro chi, nel difendere Eluana, si sarebbe spinto troppo in là. Già il 4 marzo scorso i legali di Englaro avevano annunciato una civil action, una causa di massa, contro chi aveva «diffamato e calunniato» il padre di Eluana e lo staff medico: nel mirino non c’erano solo gli autori degli articoli ma anche i firmatari delle numerose denunce per omicidio depositate all’indomani della morte della ragazza, e che avevano portato all’iscrizione di Englaro nel registro degli indagati. «Procederemo civilmente e se del caso penalmente – avevano detto i legali – se finora siamo rimasti zitti e non abbiamo risposto agli attacchi non significa che non abbiamo annotato tutto». I risarcimenti, avevano aggiunto, verranno destinati ad una associazione a favore del testamento biologico.

Fonte: Il Giornale

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