Como, fuga dal cristianesimo: solo il 18% va a messa

Como non funziona e sono gli stessi preti a dirlo. È l’iniziazione cristiana, cioè l’avviamento alla vita cristiana: dopo la cresima, a 14 anni, ragazzi e ragazze si diradano e, nel migliore dei casi, la frequenza alla parrocchia, la presenza nella comunità è ridotta a poche unità.

Dai 30 ai 40 anni, «non si vede nessuno», neppure alle celebrazioni delle grandi feste e, in genere, la partecipazione alla messa sull’intera popolazione è del 20%. In alcuni casi, scende al 18%; in altri sale al 25% e forse l’analisi più rapida e più incisiva è quella di un nonno: «Per i miei nipoti più o meno ventenni, la religione è qualcosa in cui ogni tanto incappano su internet, a caso». Ovvero, è niente.


E l’incontro generale del clero diocesano, che ha segnato l’inizio dell’anno pastorale 2009 – 2010. è stato proprio dedicato all’iniziazione cristiana: nessuno ha più pronunciato la parola “dottrina”, né “catechismo”, ma ogni gruppo di lavoro ha pensato a nuove proposte.

«La trasmissione del cristianesimo, l’annuncio evangelico non è più compito solo del sacerdote e dei catechisti, ma comporta il coinvolgimento della comunità cristiana, dei genitori, delle famiglie», spiega don Battista Rinaldi, responsabile diocesano dell’ufficio catechistico ed ecumenico. Non manca la domanda di sacramenti, battesimo, eucaristia, cresima. D’ora in avanti, potrebbe essere somministrata prima la cresima, ma se l’esito dell’avviamento cristiano è l’abbandono dei più, «tocca alla comunità cristiana – sottolinea don Rinaldi – far passare le nuove generazioni da un’esperienza così superficiale ad una più profonda, significa accompagnare a vivere in riferimento ai valori evangelici».

Non più lezioni, ma relazioni: sarà il prete che va a casa delle persone, parla con loro, capisce le difficoltà. È «il volto missionario di una parrocchia in una società che cambia», ricorda don Italo Mazzoni, vicario episcopale per Como e Varese e diventa occasione «per una proposta di fede: la relazione con il Signore è più bella di una vita egoistica».

Che cosa cambia: «Il modello non è più fondato sulla consuetudine, ma sulla presa di coscienza – spiega Don Angelo Riva, vicario episcopale per la pastorale – non basta più, come una volta, assecondare l’onda. Oggi, è necessaria una scelta». Con Dio, me la vedo da solo, sembra la scelta prevalente e dunque perché un comasco del XXI secolo dovrebbe tornare in parrocchia? «Perché è un’esperienza umana fondamentale», è la risposta di parroci e prelati. Ma la svolta è appena all’inizio.

Fonte: La Provincia di Como

2 commenti

  1. Il malcontento e’ il primo passo del successo
    O. Wilde
    comunicazionelavoro.splinder.com

  2. Questo caso di abbandono della chiesa in particolare dopo la cresima è una cosa assai vecchia ormai, arriviamo a quasi 40 anni fa, subito dopo il concilio. Non mi stupisce per nulla e non capisco perché lo si voglia rimarcare ora quasi che i lettori fossero all’oscuro di tale tendenza. Dato che la chiesa e le sue cerimonie sono estranee alla vita di ogni giorno, è naturale dispensarsi dall’andare a messa. E’ ovvio. Si agisce in base a quelli che sono gli attuali valori di ciascuno.


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