Dimissioni del direttore dell’Avvenire: tiriamo le somme sul caso Boffo

Dino Boffo

Dino Boffo

Con una lettera aperta, dopo una settimana tra polemiche, accuse, giustificazioni e misteriose “veline”, si dimette il direttore dell’Avvenire, Dino Boffo. «La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate,» scrive Boffo.

Vero. Verissimo. Ma c’è da chiedersi come mai il metro che avrebbe voluto il direttore dell’Avvenire (e per lui, anche altre testate giornalistiche, ndr.) non sia lo stesso utilizzato per altri.

Basti ricordare come furono trattati Luciano Moggi, Vittorio Emanuele di Savoia, Stefano Ricucci, Anna Falchi, Cristiano Di Pietro (il figlio di Di Pietro), l’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, Daniela Fini (ex moglie di Gianfranco Fini), Clemente Mastella o Silvio Berlusconi.

Non perché fossero innocenti. Ma se è vera l’equazione “reato di personaggio di spicco=articolo in prima pagina”, deve esserlo anche per Boffo. Altrimenti si fanno due pesi, due misure.

Certo, il “reato” commesso da Boffo, in definitiva, è quasi ridicolo. Quanti di noi, in un momento di rabbia – vuoi per gelosia, vuoi per un torto subito -, non hanno lanciato invettive, anche colorite, verso il prossimo?

Probabilmente il direttore avrà esagerato, si sarà lasciato andare a ingiurie anche pesanti. Ma non è questo il motivo, a mio modo di vedere, per cui crocifiggerlo.

Il fatto, poi, che fosse omosessuale o meno è una questione personale. Sicuramente non è opportuno fare il moralizzatore se nell’armadio si nasconde qualche scheletro in un angolino buio. Ma in questo contesto, comunque, non è dato saperlo. A parte la “velina” e le dichiarazioni di qualche giorno fa da parte di Mario Adinolfi – secondo il quale Boffo era «frequentatore dei luoghi della prostituzione maschile milanese» -, non c’è certezza sulle tendenze sessuali del direttore di Avvenire. In dubiis, abstine.

Il fatto veramente grave, con la G maiuscola, a cui non è stato dato il giusto spazio, è il tentativo di Boffo di addossare la colpa ad un ragazzo deceduto che non ha avuto alcuna possibilità di difendersi.

«Verso la fine del 2000 il direttore dell’ Avvenire avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipen­denti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria,» scriveva il Corriere della Sera il 30 Agosto.

«Ma sa­rebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insisten­ti alla signora di Terni che poi ha querelato per molestie il di­rettore dell’ Avvenire . Boffo avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile

«Le telefonate insistenti, quindi, sarebbero partite dal cel­lulare di Boffo ma non sarebbe stato lui l’autore delle minacce, bensì il suo collaboratore, poi morto per overdose. Almeno se­condo la versione dei fatti che lo stesso direttore dell’ Avvenire aveva dato già in passato, quan­do le prime voci cominciarono a circolare

Anche Avvenire in un articolo del 2 Settembre conferma la linea difensiva adottata da Boffo, citando le dichiarazioni del giudice.
«Lo stesso gip Pierluigi Panariello, infatti, ha confermato che “il diretto interessato ha sempre contestato qualsiasi addebito nei suoi confronti”, dichiarando da subito che le telefonate giudicate moleste dalla querelante non erano state fatte da lui “ma da un’altra persona

E’ già palese una grossolana contraddizione. Come si può “proteggere” una persona, se negando tutte le accuse si insinua il dubbio che siano stati terzi a compiere il fatto?

Logicamente gli inquirenti andranno a verificare se quanto affermato corrisponde a verità. E se fosse stato realmente il ragazzo, il decreto penale di condanna avrebbe colpito lui e non Boffo.

E infatti le verifiche furono fatte.

«Le carte ricostruiscono la vicenda che ha portato alla condanna per molestie del direttore di Avvenire. Ma le stesse carte non entrano mai nei det­tagli della vita privata di Dino Boffo. Tanto che non chiariscono nemmeno per quale mo­tivo, con telefonate effettuate per quasi cin­que mesi, avrebbe ingiuriato una ragazza che poi presentò denuncia ai carabinieri.

Docu­mentano però la certezza, da parte di chi inda­gava, che fosse proprio lui l’autore di quelle chiamate e non — come adesso sostiene lo stesso Boffo — un suo collaboratore.
L’esame dei contatti avvenuti subito prima e subito do­po le chiamate piene di insulti ricevute dalla donna avrebbe consentito di verificare che gli interlocutori avevano parlato personalmente con Boffo; dunque — hanno concluso gli in­quirenti — in quei frangenti era lui ad utilizza­re il cellulare,» scrive il Corriere della Sera.

Secondo le indagini, quindi, fu accertato che al telefono, durante le chiamate moleste, ci fosse Boffo e non il ragazzo. Questo è un fatto. E ora, alla luce dei fatti, è lecito chiedersi quale coraggio abbia avuto Boffo per addossare le proprie colpe ad un ragazzo defunto, che non può difendersi. Con quale coraggio abbia potuto affermare che si sia immolato per difenderlo.

Questo è il vero motivo per cui indignarsi. Questo è il motivo per cui stendere un velo pietoso su tutta la vicenda. E non scrivere più una sola riga su tale abominio.

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1 commento

  1. parole sante. c’è un doppiopesismo che fa indignare!


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