Benedetto XVI e il condom maledetto: chiesa e papa sempre più impopolari

Benedetto XVI

Benedetto XVI

Gia’ dall’alto dei cieli, sull’aereo che lo sta portando al prediletto continente africano, il Papa proclama che l’Aids non si risolve distribuendo preservativi, i quali anzi aggravano il problema. Si può rassegnarsi a che la Chiesa ripeta le sue posizioni assolutiste, in nome della fedeltà ai principii, ma c’è una gamma di sfumature possibili.

 Di occasioni, di toni. Invece no. Invece vince l’oltranza. È la posizione di sempre della Chiesa, si obietta, è stata del suo predecessore. (L’innovazione, annotano i filologi, sta nel fatto che questa volta il Papa ha pronunciato proprio la parola: preservativo).

Ma c’è un di più, una troppa grazia, nell’inaugurare così il pellegrinaggio africano. E non limitandosi a dire che i preservativi non bastano ad affrontare il flagello – certo che non bastano – ma che lo aggravano. Dunque additando il peccato e la colpa di chi i preservativi in Africa cerca di distribuirli, e passa così per untore. C’è un’impressione di pazzia che ricorre attorno a queste scelte, e non si capisce come la Chiesa voglia ignorarla, quando non si compiaccia di fomentarla. Di dare scandalo.

Erano passati dieci giorni dallo scandalo per la bambina brasiliana. Quale persona ragionevole e di cuore, cattolica o no, credente o no, può voler costringere una bambina di nove anni e di trenta chili a partorire due gemelli, frutto della lunga violenza esercitata su lei da un patrigno che l’aveva in balia? Otto giorni dopo la notizia che la madre della bambina e i medici che l’avevano soccorsa – questo è il verbo: soccorsa – erano stati scomunicati dall’arcivescovo di Recife, e che il Vaticano ne aveva approvato l’operato, otto giorni dopo, un prelato romano ha ritenuto di correggere quel gesto scandaloso. E come l’ha fatto? Dicendo (cito il titolo, testuale, dell’Avvenire): “Scomunica sì, ma serviva misericordia”.

Una scomunica misericordiosa, questo serviva? “Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la vita innocente della bimba…”. Non “prima di pensare alla scomunica”, ma “invece di pensare alla scomunica”, era urgente. Tuttavia la mezza marcia indietro può essere il modo della Chiesa di fare una marcia indietro intera, e va almeno apprezzata l’insistenza sulla necessità di trattare i singoli casi, perché nella casistica, e in una casistica magari ipocrita ma intelligente, sta l’eventualità che la Chiesa di oggi riapra l’occhio della misericordia.

Resta il fatto che il tentativo di restituire alla Chiesa un’aura di sensibilità ha impiegato otto giorni, e nel frattempo si erano sguinzagliati i cani arrabbiati, e non è poi facile richiamarli a cuccia. La dottoressa Fatima Maia è la direttrice del Centro sanitario in cui la bambina brasiliana ha potuto abortire, è cattolica, e ha avuto anche lei il tempo di riflettere, e poi ha dichiarato: “Grazie a Dio, mi trovo fra quelli che sono stati scomunicati”. Lo ripeto, senza nessun compiacimento: un’impressione di non leggera follia.

C’è un’esasperazione attorno a questo Papa e alla sua Chiesa. E non si tratta solo delle persone, di quelli che sanno immaginare di essere il padre o la madre della bambina di Recife, e di quelli così bravi e infelici da saper immaginare di essere quella bambina. E di essere un bambino o una bambina, una donna o un uomo della prediletta Africa. Ieri sono piovute le proteste secche di una serie di cancellerie. Non della pregiudicata Spagna di Zapatero, ma della Germania di Ulla Schmidt e di Angela Merkel e della Francia di Kouchner e Sarkozy, e della stessa Unione Europea. L’Unione Europea, gli impettiti e maturi rappresentanti di un continente fortunato costretti a ribadire che la diffusione del preservativo serve a salvare vite umane, in Africa e dovunque.

Questo non succedeva con “l’altro Papa”, benché anche lui, papa Wojtyla, fosse così rigido in ciò che tocca la sessualità. Non c’entra solo la diversa personalità dei due uomini. C’entra il tramonto di quella che si può chiamare l'”eccezione cattolica”: una specie di accordo, metà rassegnato metà cortese, sulla bizzarria per la quale la Chiesa cattolica si riserva delle licenze paradossali per tutto ciò che riguarda il sesso, e di lì in poi si può averci a che fare. È questo che tanti uomini di Chiesa (compreso quell’arcivescovo di Recife) chiamano il primato della legge di Dio sulla legge degli uomini.

Legge di Dio è quello che attiene alla sessualità. Attenzione: alla sessualità, e non alla “vita”. Non si spiegherebbe se no la tiepidezza con la quale la Chiesa ha maneggiato la questione della pena di morte. Ma la sessualità non è più, ammesso che lo sia stata mai – come pretendeva un’epoca in cui i panni sporchi si lavavano in famiglia, e all’orecchio del confessore – un terreno riservato e appartato.

Il Papa può proclamare, sempre dall’alto di quel cielo, che la soluzione stia nell'”umanizzare la sessualità, cioè innovare il modo di comportarsi verso il proprio corpo”: ma questo vuol dire ignorare il problema presente e urgente, e sabotarne i rimedii parziali ma essenziali, com’è l’educazione all’uso del preservativo e la sua distribuzione. Specialisti papisti dichiarano che l’uso del preservativo è dannoso perché induce a una fallace sicurezza, e che dietro la sua promozione stanno le ingorde multinazionali produttrici. Balle: al complottismo dell’affarismo profilattico si risponda piuttosto rivendicando la gratuità, e il rischio residuo dell’uso del preservativo è incomparabile con il disastro dei rapporti non protetti, salvo che si finga di credere che davvero la gente smetta i rapporti sessuali, e lo faccia per giunta in misura e tempo utili a fronteggiare l’epidemia. Con una simile logica, se finalmente esistesse un vaccino anti-hiv, bisognerebbe vietarne la diffusione. Che sensazione di non lieve follia.

Il Papa ha lodato la gratuità delle cure, e ci mancherebbe altro. Ma a condizione che si affronti la riproduzione allargata di malati da curare, gratis o no. Le impazienti reazioni di governi e istituzioni internazionali, che vedono offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e volontari, restituiscono il Vaticano alla sua misura terrena e alla sua responsabilità diplomatica, senza eccezione. Una stupidaggine è tale, anche se venga pronunciata da un Papa, e in nome di un Dio. Oltretutto in questa circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non con una Curia intrigante, non con una qualche solitudine, non con “un difetto – anche lui! – di comunicazione”.

E l’Italia? Il suo ministro degli Esteri ha spiegato che lui non commenta le parole del Papa. L’Italia è extraterritoriale. Per l’Italia, di gran parte del centrodestra e di una mortificante parte del centrosinistra, l’eccezione cattolica resta in pieno vigore. C’è una divisione del lavoro: alla Chiesa competono la nascita e la morte, più alcune cerimonie dell’intermezzo – i matrimoni, essenzialmente – alla maggioranza politica l’intermezzo vero e proprio, la vita, cioè, se non dolce, ottimista.

La pietà dei credenti viene stirata tormentosamente. Muore Piergiorgio Welby e gli viene rifiutato il funerale. Quando si tratta di Eluana, i rifiutatori proclamano che “Welby era un’altra cosa”. Lo vedemmo, che altra cosa era. Quando si tratta di Eluana, si grida all’omicidio. Per vendicarsene, una maggioranza pagana e sanfedista cambia il nome delle cose e confisca i corpi dei sudditi. Lasciando libertà di coscienza: graziosa espressione, che vuol dire che la coscienza è revocabile, e che la sua libertà è una cosa da “lasciare”. Coscienze in deposito, oggetti smarriti.

Può darsi che la gerarchia cattolica italiana sia contenta così: contenta di galvanizzare le sue schiere militanti, e di mettere a tacere i suoi fedeli dissidenti e amareggiati. Che addirittura questa faziosità le sembri una bella ed evangelica intransigenza. Non è escluso, dato che anche dalla parte opposta, di quella che si prende per sinistra, ci sono campionari simili. Ma che futuro verrà da un tal presente? L’eccezione cattolica accompagna come un’ombra la storia italiana, e in certe ore si allunga fino a inghiottirla. Ogni volta di nuovo i cittadini laici – credenti o no, davvero non è il discrimine – si chiedono se il saldo fra il dare e l’avere della presenza cattolica nella società italiana sia in fondo positivo o negativo.

Se bisogni augurarsi di ridurla allo stremo, quella presenza, per diventare un paese un po’ più normale, a costo di perdere tanta carità e solidarietà e premura per la vita indifesa, o se si ritenga ancora che quella presenza faccia argine al peggio, al razzismo, al cinismo, all’esclusione. Finora, la gran parte dei laici ha creduto, o almeno confidato e scommesso, sul secondo corno del dilemma. Anche i mangiapreti. Marco Pannella e i suoi andavano a piazza San Pietro per dare forza alla battaglia contro la fame nel mondo, o contro la violenza delle carceri. Oggi molte persone laiche – non saprei dire quante, ma molte – credenti o no, sono offese e respinte da una durezza della Chiesa che a volte sembra ottusità, a volte cattiveria, e ci vedono una malattia inguaribile della società italiana. A chi può far piacere?

Da La Repubblica

Advertisements

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...