La Cassazione ribadisce: diritto a non farsi curare

Piergiorgio Welby

Piergiorgio Welby

La Cassazione ribadisce: sì al diritto dei pazienti di rifiutare le cure. Rafforzando le tesi della famiglia Englaro sul caso della figlia Eluana.

La Cassazione – con una sentenza appena depositata nata dal ricorso di un testimone di Geova contrario a ricevere trasfusioni di sangue in caso di pericolo di vita – ribadisce che deve essere «riconosciuto al paziente un vero e proprio diritto di non curarsi, anche se tale condotta lo esponga al rischio di morte». Per i supremi giudici questo è un principio «di indubbia rilevanza costituzionale che emerge, tra l’altro, tanto dal codice di deontologia medica quanto dal documento del comitato nazionale per la bioetica del 1992».

Ma affinchè i medici si astengano dal somministrare al paziente incosciente le cure dalle quali quest’ultimo dissente, come le trasfusioni, è necessario che il «non consenso» sia contenuto in una «articolata, puntuale, espressa dichiarazione dalla quale inequivocamente emerga la volontà di impedire la trasfusione anche in ipotesi di pericolo di vita».

Il «non consenso» – qualora il paziente non abbia con sè la sua dichiarazione di contrarietà a determinate pratiche mediche – può anche essere espresso da una persona indicata come «rappresentante “ad acta”» indicato dallo stesso paziente. Questi principi contenuti nella sentenza 23676 della terza sezione civile della Cassazione ribadiscono il diritto del paziente a non curarsi riprendendo l’orientamento enunciato affrontando il caso di Eluana Englaro.

In particolare, con la decisione della Cassazione ha dato torto a Mirko G., un testimone di Geova al quale, nel gennaio del 1990, erano state praticate una serie di trasfusioni di sangue nell’ospedale di Pordenone dove era stato trasportato in condizioni di incoscienza e in pericolo di vita. Mirko aveva con sè un cartellino con la dicitura “Niente sangue” e i medici non lo presero in considerazione ritenendo che quella semplice scritta non potesse avere un valore concreto perchè serviva un consenso «chiaro, attuale, informato». Il punto di vista dei medici è stato condiviso dalla corte d’appello di Trieste, oltre che dalla Cassazione. Mirko, che però dalle trasfusioni è stato contagiato con il virus dell’epatite B, otterrà il risarcimento per l’insorgenza del virus. La somma gli sarà liquidata dalla corte d’appello di Trieste che dovrà rioccuparsi del suo caso.

Fonte: L’Unità

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